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CROCIFISSO, ECCO IL RICORSO ALLA CORTE DI STRASBURGO PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca   
Domenica 31 Gennaio 2010 18:47
Crocifisso, ecco il ricorso alla Corte di Strasburgo
 «Questa non è neutralità, si nega libertà e dimensione religiosa» Frattini: l’Italia non può tacere davanti a un’Europa senz’anima


 DA R OMA
A RTURO C ELLETTI
 F
ranco Frattini sfoglia, una dopo l’altra, quattordici pagine datti­loscritte. Si ferma sull’ultima. E legge, in francese, le uniche quattro ri­ghe in neretto dell’intero testo. Une conception de la neutralité... . È rias­sunto qui il senso del ricorso presen­tato dal governo italiano contro la sen­tenza della Corte di Strasburgo che vor­rebbe cancellare la presenza dei croci­fissi dalle aule scolatiche. È qui il no a una visione che – si legge nel pro me­moria messo a punto nell’ultima riu­nione della squadra che ha preparato il ricorso – «confonde la neutralità del­lo Stato di fronte a reli­gioni diverse con la neutralizzazione di qualsiasi riferimento alla dimensione reli­giosa o spirituale al­l’interno dello spazio pubblico». L’argomen­tazione è rigorosa: «U­na concezione della neutralità che impone l’eliminazione di un simbolo religioso... piuttosto che aprire il dialogo alla compren­sione e alla tolleranza che caratterizzano il pluralismo, si tra­sforma in negazione di questa stessa li­bertà finendo per escludere la dimen­sione religiosa». E «favorire ateismo e agnosticismo».
  Quattordici pagine. Pensate. Riviste. Li­mate. Per far sapere alla Corte dei di­ritti umani che «imporre a uno Stato di togliere un simbolo religioso» che è parte integrante della storia, della cul­tura e della tradizione di un Paese «im­plica un giudizio negativo sul valore del simbolo stesso e rappresenta una violazione della libertà religiosa». Si en­tra nei dettagli. E si interroga la Corte. «Bisogna domandarsi se la semplice presenza del Crocifisso turbi la co-
scienza di un non credente o se non è piuttosto la pretesa di toglierlo che ma­nifesta l’intolleranza alla dimensione religiosa». La strategia è via via più chiara: «Nella misura in cui non pon­ga in essere comportamenti manife­stamente lesivi del diritto di credere o non credere, ogni Stato è libero di re­golare come meglio ritiene, in funzio­ne delle sue specificità storiche, cul­turali e sociali, il rapporto tra lo spazio pubblico e la dimensione del sacro».
  C’è attesa. Ma anche fiducia. Giorno dopo giorno vari altri Paesi stanno ve­nendo a sostegno dell’azione italiana. Frattini continua a leggere sottovoce il ricorso. A tratti guarda chi gli siede davanti e commenta un passaggio leggen­dolo in francese e tra­ducendolo in italiano. «Se l’impatto della pre­senza di un oggetto simbolico come il cro­cifisso in uno spazio pubblico rappresenta realmente un disagio psicologico talmente grande da rasentare la violazione della libertà religiosa allora conver­rebbe bandire tutti i simboli religiosi... Le cattedrali, le chiese che si trovano nel­le piazze centrali delle nostre città». Non è una provocazione; è un punto fermo del ricorso: se il crocifisso turba le coscienze dei non credenti, come può non turbarle una chiesa? E come lo stesso disagio non può valere «per le foto dei capi di Stato appese ai mu­ri di tante scuole» qualora uno abbia un’idea politica diversa?
  Torniamo al ricorso. «Nel messaggio della Croce c’è un pezzo della storia d’Europa, della civiltà occidentale», si legge. Il linguaggio è tecnico. I richia­mi a sentenze passate si accavallano. Ma gli elementi che caratterizzano il ri­corso sono chiari. Si ricorda la giuri­sprudenza
della Corte in casi come quello del velo islamico. E si ribadisce che «non vi è, nella maniera più asso­luta, alcun consenso a livello europeo, attorno al principio affermato dalla Corte, che lo spazio pubblico debba essere spogliato da qualsiasi riferi­mento religioso». Simboli della reli­gione cristiana sono, del resto, presenti ovunque in Europa. «Basti pensare al­le croci sulle bandiere nazionali. Ma anche alla banconota da 20 euro che riproduce la Cattedrale di Strasburgo». E perché «in diversi Stati membri del Consiglio d’Europa è pratica esporre simboli religiosi nelle aule scolastiche. È il caso dell’Austria, della Romania, della Grecia, di San Marino e di alcu­ni Laender tedeschi». Si guarda alla soluzione. Si prova a in­dicare la strada. «Lo Stato – si legge an­cora – non si deve schierare né con i partigiani dei simboli religiosi né con chi vorrebbe sradicarli dalla sfera pub­blica ». Nel primo caso «rischierebbe di obbligare a una religione», nell’altro di trascinare un Paese verso «l’agno­sticismo e l’ateismo». C’è, però, anco­ra un punto centrale. Spiegare che la presenza del Crocifisso nelle aule ita­liane «rispecchia un dato culturale ed è coerente con il sentire comune del­la popolazione italiana». E allora se è giusto tutelare i diritti delle minoran­ze, «occorre però tutelare adeguata­mente anche i sentimenti e le sensibi­lità » della stragrande maggioranza de­gli italiani. Frattini solleva gli occhi e spedisce a Strasburgo l’ultimo mes­saggio: «La nostra tradizione, il rap­porto concordatario tra Stato e Chie­sa, ma anche il nostro presente e il ri­spetto per i valori costitutivi e fondanti del nostro popolo devono avere ri­sposta. L’Europa che allontana da sé la religiosità, per riconoscerla solo, con un involontario razzismo, alle comu­nità degli immigrati, è un’Europa sen­za anima e senza identità. E l’Italia non può stare in silenzio».
 «Giusto tutelare i diritti delle minoranze, ma è ancora più giusto pensare in modo adeguato ai sentimenti della stragrande maggioranza»