Home HOME
Parrocchia S.Andrea a Montespertoli - Sito web ufficiale
DOVE ERI DIO? PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca   
Sabato 07 Agosto 2010 12:59
DOVE ERI DIO?

MA NELLA TEMPESTA TU CI PARLI

ALESSANDRO D'AVENIA


D
ov’eri ieri mattina, Dio? Non a Milano, in viale A­bruzzi, dove le mani di Oleg, ragazzo di 25 anni, han­no spappolato la vita di Emilu, donna di 41 anni con l’u­nica colpa passare da lì. Te l’ho chiesto spesso in questi giorni, Dio. Dove eri quando l’impiegato in odore di li­cenziamento ha sparato ai suoi colleghi? E dove, quando il ragazzo laureato ha sparato alla fidanzata sedicenne che lo aveva lasciato? Tutte le volte che ti faccio questa do­manda, Dio, mi ricordo il consiglio di un amico: «Chiedi­ti piuttosto: dov’era l’uomo?». Dov’era l’uomo in Oleg disperato per una lite con la fi­danzata? Dove si era andato a nascondere il suo spiri­to, quella cosa che consente di vedere in un’altra per­sona qualcuno e non qualcosa, di sentirne la vita così come sentiamo la nostra e quella di chi amiamo? Non c’era l’uomo.

Ma questo non mi basta. Perché l’uomo sparisce e il ma­le dilaga sull’innocente? Ritorno al sospetto di prima, di­venuto quasi certezza: l’uomo non c’era perché non c’eri tu, Dio. In viale Gran Sasso alle 8 non c’eri. Questa è la ve­rità: dove Caino uccide Abele, tu non ci sei. Sparisci quan­do in noi si fa strada l’invidia contro qualcuno che ha qual­cosa che ci è stato tolto o non abbiamo. Il male che cre­diamo di aver subito scatena una fame cieca di punire chi quel qualcosa ce l’ha ancora. Questa è l’origine della vio­lenza, di ogni violenza: l’invidia primordiale del «sarete come lui se mangerete». Non ci sei Dio tutte le volte che do spazio a questa invidia primordiale, tutte le volte che tolgo la vita (fisicamente o moralmente) a qualcuno per­ché ha qualcosa che io non ho: salute, amore, soldi, lavo­ro... Quando diminuisco l’uomo, lì Dio non c’è. Il Dio che vorrei, interventista, quello che evita il male che l’uomo vuole compiere, non c’è, perché è stato cacciato già da un pezzo. Mi piacerebbe un Dio meno rispettoso della libertà umana, che salvasse Abele, invece di dire a Caino: «Il pec­cato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo i­stinto, ma tu dòminalo». Ma Dio non l’ho inventato io.

Però non mi rassegno e glielo chiedo di nuovo: dov’eri? Domandare è guardare meglio. E pensando ad Abele, sco­pro che c’eri, ma non dove guardavo. Non dal lato del­l’onnipotenza, non dal lato della forza, ma dal lato meno visibile, dal lato fragile. C’eri in un altro modo: nella vitti­ma
innocente. Ecco dov’eri. Emilu è l’innocente crocifissa dai pugni del suo carne­fice, che incapace di guarire da solo dalla violenza pri­mordiale, perdonando la donna che lo ha lasciato, pu­nisce un’altra donna innocente in modo cruento. Non è la risposta che mi riporta indietro Emilu, ma è l’uni­ca risposta che non mi lascia solo con il male cieco, il cui unico limite e argine è Cristo, che c’era, quella vol­ta sì, sulla croce, faccia a faccia con il male, una volta per tutte e ha vinto.

Non ci sono soluzioni. In passato le cercavo usando la stessa moneta: cercando i colpevoli contro cui scagliar­mi, riproducendo il gesto violento. Ma cercare dei col­pevoli non è un bel modo di vivere. La vita non è un gial­lo, ma piuttosto un viaggio su una barca a vela: con dei bellissimi posti da vedere e a lieto fine. Ogni tanto ci so­no le tempeste e la paura di affondare. Quello della tem­pesta è l’unico momento in cui Dio parla con noi: «Il Si­gnore parlò a Giobbe da dentro il turbine». La parole che Dio dice non sono tanto convincenti, ma a Giobbe non interessano quelle. A lui interessa aver finalmente trova­to ciò che il suo cuore cercava: parlare con Dio. I suoi a­mici e sua moglie non ci riescono. Solo lui che sta den­tro il turbine vede Dio: «Allora Giobbe disse: Io ti cono­scevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Per questo mi ricredo».

Lo sgomento del male senza senso ci costringe al fac­cia a faccia con Dio e solo quel fiducioso faccia a faccia, seppur nel chiaroscuro del­la tempesta, ci ricorda che il bene è onni­potente. E questo ci salva da quel male.
 
STORIA DI RUDD CHE VOLEVA MORIRE PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca   
Giovedì 15 Luglio 2010 16:23
A PROPOSITO DI BIOTESTAMENTO

STORIA DI RUDD CHE VOLEVA MORIRE E FATTO FRAGILE CHIESE DI RESTARE VIVO


MICHELE ARAMINI


L
a notizia non avrebbe nulla di eccezio­nale se non fosse che la volontà di vive­re è stata espressa da un uomo – un inglese di 43 anni – a cui stavano per staccare il re­spiratore che lo teneva in vita. E se non fos­se che la Bbc è riuscita a catturare le imma­gini del fatto, accaduto nove mesi fa nel re­parto neurologico dell’ospedale Adden­brooke di Cambridge, mentre una troupe stava realizzando un documentario. La dif­fusione del servizio televisivo ha avuto gran­de risonanza su tutti i quotidiani inglesi di ieri e ha impressionato l’opinione pubblica della Gran Bretagna, riportando alla ribalta la delicatezza delle decisioni di fine vita.

Il caso è veramente da manuale. Richard Rudd era stato investito con la moto il 23 ot­tobre 2009, in seguito all’incidente era ri­masto completamente paralizzato, con le ulteriori complicanze di una polmonite e di un blocco renale. Il padre aveva autorizza­to i medici a interrompere la respirazione artificiale, perché quando un incidente si­mile era accaduto a un suo amico Richard aveva espresso la volontà di non vivere at­taccato a una macchina. Giunti al momen­to decisivo i medici hanno però notato che Richard per la prima volta aveva sbattuto gli occhi. Ovviamente gli hanno chiesto se vo­lesse rimanere in vita e lui per tre volte ha mosso gli occhi verso sinistra, per dire il suo sì, la sua volontà di vivere.

La vicenda fa riflettere: innanzitutto, sulla grande incertezza e sulla variabilità della vo­lontà personale di sospendere le terapie. Dovremmo sapere molto bene che un con­to è la volontà espressa quando si è in pie­na salute o sotto l’influsso doloroso della difficile condizione esistenziale di un ami­co o un parente, tutto un altro è decidere di se stessi nel momento in cui si diventa fra­gilissimi e appesi alla vita con un filo. Si sco­pre, allora, che non desideriamo affatto spezzare questo filo, per quanto sottile es­so sia. Una simile mutevolezza delle deci­sioni nei confronti del proprio vivere, sep­pure in condizioni precarie, dovrebbe ren­dere più attenti rispetto alla vincolatività che si vuole attribuire alle direttive da lasciar scritte nei cosiddetti testamenti biologici. Per la salvaguardia di un valore essenziale, quale è quello della vita umana, è certa­mente meglio che tali direttive siano solo o­rientative e che i medici possano decidere il miglior bene per il malato.

In secondo luogo bisognerebbe spazzar via tutti i veri o presunti 'ricordi' di parenti e a­mici, che appaiono con regolarità nelle cro­nache su episodi simili: da essi infatti può scaturire un danno irreparabile per la per­sona impossibilitata a esprimersi. La forma scritta – per quanto incapace di tener con­to dell’evoluzione di una persona – è il solo modo affidabile per eventualmente mani­festare le proprie volontà. Essa è un mezzo necessario di protezione della vita di fronte a malintesi, sentimentalismi, o interessi di terzi. Il
favor vitae , poi, è un principio car­dine di ogni ordinamento davvero civile. Purtroppo, però, in più Paesi si sta scivo­lando nella direzione di un’aperta superfi­cialità nei confronti della vita, per cui tutti i casi limite vengono considerati nient’altro che vite inutili: di fronte a esse ogni appiglio sembra sufficiente per dare la morte, giu­stificandosi col dire che così si sta sempli­cemente realizzando la libertà del moren­te. Chi si oppone a questo scivolamento nel disimpegno nei confronti degli esseri uma­ni più fragili viene persino accusato di essere attaccato materialisticamente alla vita.

Richard Rudd vuole vivere. Speriamo che o­ra
nessuno lo accusi di «vitalismo».
 
UNA TESTIMONIANZA PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca   
Giovedì 29 Aprile 2010 16:39
Subject: UNA TESTIMONIANZA

Buonasera,
Sono una ragazza della provincia di Prato, di 34 anni.
Vi scrivo per portarvi la mia esperinza che ha cambiato tutta la mia vita.
Appartengo a quella categoria di donne che ha tanto desiderato un bambino e che dopo il matrimonio è finalmente riuscita ad esaudire il suo desiderio.
Tuttavia in gravidanza avanzata i medici hanno trovato un grave problema al mio bambino, grave al punto tale che mi fu fatta presente la possibilità di un aborto terapeutico, ormai non più praticabile in Italia (non era a rischio la mia vita), bensì all'estero, in un ospedale di Nizza.
Io e mio marito non abbiamo mai lontanamente pensato di abortire e nonostante tutto quello che ci hanno detto i medici siamo andati avanti uniti, e fiduciosi in Dio.
L'ultima fase della mia gravidanza è stata un inferno.
Il bimbo è nato con due settimane di anticipo con un cesareo urgente e alla nascita i neonatologi hanno fatto di tutto per salvargli la vita, mentre io e mio marito, anche se disperati, non potevamo fare altro che pregare.
Il mio bambino non doveva suparare la prima notte. Adesso ha 15 mesi, ed anche se è nato con una malattia rara è un bimbo bellissimo e pieno di vita.
Non dico che sia stata facile e che ora siano finite le sofferenze, ma non c'è niente di paragonabile rispetto a quello che mi fu prospettato in gravidanza.
Raccontare tutto per e-mail è impossibile.
Ciò che mi preme dire è che nessuna donna dovrebbe mai essere trattata come sono stata trattata io dopo che fu scoperto il problema del mio bambino.
Ero sola quando mi furono vomitate addosso tutte quelle parole per dirmi che in pancia avevo un bambino malato, e davanti avevo un plotone di medici tutti accorsi lì davanti eccezionalmente per l'evento.
Se non fossi nata in una famiglia dove mi è stato insegnato che i figli non sono nostra proprietà ma ci vengono affidati da Dio, se non avessi avuto un marito meraviglioso che crede nei miei stessi principi e nella mia stessa fede, chissà che non fossi andata a Nizza...
I medici spesso sono responsabili di tanti aborti tardivi, disperati, commessi da donne disperate, come la mamma della Calabria che in questi giorni la cronaca ha portato alla luce.
Quando ho appreso questa notizia al telegiornale, mentre ero a cena con la mia famiglia, sono scoppiata a piangere e non ho potuto proseguire a mangiare, perchè in quel corpicino abbandonato dalla mamma che dopo 24 ore ancora voleva vivere, ho visto il mio bellissimo bambino, che ha lottato tanto, come lui.
Io vorrei tanto aiutare le donne che si trovano nella situazione che ho vissuto io. Perchè non sono stata nè la prima, nè l'ultima.
Il tempo che ho a disposizione è limitato perchè mio figlio è ancora piccolo e dà tanto da fare, ma pensare di essere utile per una donna disperata, fosse solo farle vedere il mio bambino che è il ritratto della vita, per trovare la forza di non andare a Nizza, sarebbe una cosa grandiosa per me, per lei, per il suo bimbo e per il mio dolore di allora, che ancora non è stato superato.
Capisco che non ci si può improvvisare volontari in cose così delicate, e comunque per carattere inizio sempre tutto in punta di piedi. Tuttavia la mia esperienza del prima, del durante e anche del dopo potrebbe essere utile.
In ogni caso se vi facesse piacere potremmo un giorno incontrarci.
Ringrazio per aver accolto un po' della mia storia.
 
Chiara